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Perchè dire “NON LO SO” è spesso il modo migliore per insegnare

Essere un insegnante non significa che devi sapere tutto. Quando non hai la risposta, trovare il modo migliore per dire “Non lo so” può effettivamente trasformarsi in un’eccezionale occasione di apprendimento per i tuoi studenti.

Ci sono momenti in tutte le nostre vite in cui siamo inciampati in una domanda alla quale non abbiamo saputo rispondere. Facciamo una pausa, entriamo nel panico, mentiamo: facciamo tutto ciò che siamo stati condizionati a fare per riempire quel silenzio pesante. Ma perché? Abbiamo paura di sembrare stupidi? Riteniamo di dover avere tutte le risposte? Non si ha una risposta immediata. E allora?
Oggi più che mai avere tutte le risposte è davvero semplice. Se hai uno smartphone, puoi rispondere a qualsiasi cosa in meno di 10 secondi. Ma sono le domande più profonde, non quelle banali, che ci fanno davvero dubitare di noi stessi quando non possiamo rispondere. Questa è la tipologia di domande con cui i nostri studenti possono “colpirci” in qualsiasi momento durante una lezione, ed ecco la verità: non sarai sempre pronto.
Dire “Non lo so”, sembra essere una delle cose più difficili che un essere umano possa pronunciare. Sinceramente, però, non dovrebbe essere così, e specialmente quando sei un insegnante. In realtà, dire “Non lo so” può essere un potente strumento per promuovere il pensiero indipendente, incoraggiare la scoperta e restituire una grande curiosità verso l’apprendimento ai tuoi studenti.


Il potere di dire “Non lo so”
Secondo Irena Nayfeld, psicologa e ricercatrice, le domande ci offrono una scelta di percorsi. Una volta che gli studenti fanno una domanda, ci sono 3 percorsi che un insegnante può seguire quando non ha una risposta:

  • Ignora la domanda o dice allo studente che ora non è il momento.
  • Risponde alla domanda nel miglior modo possibile e continua con la lezione.
  • Dice “Non lo so, ma questa è un’ottima domanda: come possiamo scoprirlo?”

Ovviamente, la prima è la scelta meno indicata. Dopotutto, l’obiettivo dell’educazione non è quello di scoraggiare la curiosità, ma piuttosto di provocarla. Alcuni sosterrebbero anche che la seconda scelta è praticabile, e in alcuni casi lo sarebbe. Il problema è che anche se le intenzioni sono buone, i risultati possono essere approssimativi o dannosi.
E se dovessi abbracciare quella paura di non sapere e usarla a vantaggio dei tuoi studenti? E se dovessi mostrare la tua fallibilità e umanità come persona, piuttosto che la tua impeccabile cultura e conoscenza delle cose come insegnante? Accetti di fare il viaggio insieme ai tuoi studenti, ecco cosa. Con abbandono, scegli di unirti a loro nella loro avventura e diventare tu stesso uno studente. Questa è la tua ricompensa per aver detto “Non lo so”.
Quando non sei sicuro della risposta, usala come un’opportunità per modellare la curiosità“, suggerisce Irena. Non si tratta di restituire la domanda agli studenti; si tratta di mostrare la tua volontà di facilitare la loro scoperta. Questo avviene in tre fasi distinte:

  • Riconoscimento (“Mmh, non sono esattamente sicuro.”)
  • Espressione (“Questa è davvero una bella domanda.”)
  • Provocazione (“Come inizieresti a cercare la risposta? Come possiamo trovarla insieme?”)

Questo approccio dimostra ai tuoi studenti che quando non hai una risposta a qualcosa, vai e la trovi. Nel mondo oltre la scuola, non è realistico aspettarsi che qualcuno ti fornisca tutte le risposte. Eppure il ruolo tradizionale dell’insegnante è sempre stato proprio questo: il custode di tutte le conoscenze. Fortunatamente, quel ruolo viene rimodellato a facilitatore dell’apprendimento e modello di curiosità. Tutto inizia dicendo “Non lo so”.

Redazione P.S.

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